Consumo di suolo

Consumo di suolo

Il consumo di suolo può essere definito come quel processo antropico che causa la progressiva perdita di superfici naturali o agricole mediante la realizzazione di costruzioni ed infrastrutture, e dove si presuppone che il ripristino dello stato ambientale preesistente sia molto difficile se non impossibile, a causa della natura del stravolgimento della matrice terra.

Tale definizione si caratterizza in maniera negativa, poiché negativamente è percepito il problema della sottrazione di superfici naturali od agricole considerata la disponibilità limitata della superficie terrestre; e sarebbe dunque più corretto parlare di ”trasformazioni dei suoli”, così si legge sul primo rapporto nazionale sui consumi di suolo della Legambiente del 2009. Il sito ufficiale sul consumo di suolo al quale fare riferimento è http://consumosuolo.org/.

Il suolo nelle sue perfette condizioni naturali fornisce già all’uomo una moltitudine di “servizi”, che l’uomo può utilizzare per il suo sostentamento: di approvvigionamento, come materie prime, prodotti alimentari, biomassa, servizi di regolazione del clima, della qualità dell’acqua e dell’aria, servizi di supporto alle specie esistenti e alla biodiversità, servizi culturali come paesaggi e patrimonio naturale. Purtroppo non sempre l’uomo coglie la moltitudine dei servizi erogati dal suolo e non sempre ne è in grado di gestirli in modo opportuno. Il suolo è una risorsa fragile, che può perdere velocemente le sue preziosie funzionalità. L’uomo agisce spesso con pratiche agricole, zootecniche e forestali aggressive, costruisce edifici e strade senza pensare alla variazione e agli effetti che questi insediamenti possono avere sul suolo. Azioni non corrette possono portare a una catena di processi degenerativi che inibiscono le funzionalità del suolo, e spesso sono anche irreversibili.

Nel 1972 il Consiglio d’Europa stipula la “Carta Europea del suolo”, un documento che stabilisce gli impegni e le linee guida d’azione per una corretta gestione della risorsa suolo di tutti gli stati firmatari.

Di seguito riportiamo i primi due punti:

  1. Il suolo è uno dei beni più preziosi dell’umanità. Consente la vita dei vegetali, degli animali e dell’uomo sulla superficie della terra.
  2. Il suolo è una risorsa limitata che si distrugge facilmente.

Con consumo di suolo vengono individuate le attività che occupano (e distruggono) la superficie agricola o naturale; tale fenomeno può essere individuato, sostanzialmente, come un incremento della copertura artificiale del terreno causata da nuove infrastrutture, edifici, strade, capannoni e soprattutto l’espansione delle città.

Il concetto di consumo di suolo deve, quindi, essere definito come una variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Http://www.isprambiente.gov.it/it/temi/suolo-e-territorio/il-consumo-di-suolo.

L’uso del suolo è inteso come un prodotto delle interazioni tra l’uomo e la copertura del suolo e costituisce quindi una descrizione di come il suolo venga impiegato in attività antropiche. La direttiva 2007/2/CE lo definisce come: una classificazione del territorio in base alla dimensione funzionale o alla destinazione socioeconomica presenti e programmate per il futuro (ad esempio ad uso residenziale, industriale, commerciale, agricolo, silvicolo, ricreativo). Tale definizione si estende, pertanto, anche in ambiti rurali e naturali ed esclude, invece, le aree aperte naturali e seminaturali in ambito urbano. Il consumo di suolo netto è valutato attraverso il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali dovuti a interventi di recupero, demolizione, de-impermeabilizzazione, rinaturalizzazione o altro. Tuttavia, i processi di rigenerazione dei suoli sono rari, complessi e richiedono notevoli apporti di energia, tempi lunghi, e sgravi economici elevati per ripristinare le condizioni intrinseche del suolo prima della sua impermeabilizzazione.

Numeri e fatti

Anche se il consumo di suolo negli ultimi anni sta rallentando rispetto al passato, il cemento colato è sempre molto. Il rapporto Ispra del 2016 scatta una fotografia del fenomeno: viaggia alla velocità di 4 metri quadrati ‘mangiati’ ogni secondo, per un totale di 35 ettari al giorno (quasi 5 campi da calcio), ovvero 250 km quadrati in un biennio. Questo fenomeno ci costerà caro; gli esperti stimano una perdita di quasi 800 milioni di euro l’anno.  Anche Coldiretti riporta un dato non molto rassicurante; in 25 anni la superficie dei campi coltivati si è ridotta di un quarto.

In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.100 chilometri quadrati del nostro territorio; una superficie pari al 88.5% della Lombardia.

Tutti i dati sul rapporto 2016 sono disponibili qui.

I costi relativi alla cementificazione non sono sempre immediati; ma  come abbiamo accennato prima, cementificare vuol dire privarsi di tutti quei servizi che la natura può fornire gratuitamente.

Il suolo danneggiato non può più fornire un servizio: si va quindi dalla produzione agricola (oltre 400 milioni) allo stoccaggio di carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni) ai danni provocati dalla mancata filtrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di insetti impollinatori (quasi 3 milioni). Diversi studi hanno dimostrato che è sufficiente una perdita di  20 ettari per km quadrato di suolo (pari a 100 ettari) per causare un aumento di 0.6 gradi della temperatura superficiale; è stato stimato che, solo per la regolazione del microclima urbano, il costo si aggira intorno ai 10 milioni l’anno. Tra le città, la maglia nera dei costi spetta a Milano con 45 milioni, seguita da Roma (39) e Venezia (27).

Se si fa un confronto con l’Europa le stime Eurostat (2016) riportano che la quota di territorio con copertura artificiale in Italia è stimata pari al 7,0% del totale, contro il 4,1% della media dell’unione Europea. L’Italia si colloca al sesto posto dopo Malta (32,6%), Belgio (12,1%), Paesi Bassi (12,3%), Lussemburgo (10,1%) e Germania (7,1%).

Assumere politiche di protezione del territorio non vuol dire bloccare il settore edilizio, ma sostenere un’edilizia che punti sulla qualità e sull’uso sostenibile delle risorse. Un sguardo attento e critico deve essere rivolto soprattutto alle aree a rischio idrogeologico e sismico, sul totale di suolo consumato in Italia, l’11,7% ricade all’interno di aree classificate a pericolosità da frana da moderata a molto elevata, il 16,2% in aree a pericolosità idraulica moderata e il restante 72,1% al di fuori di aree a pericolosità idrogeologica, visti anche i recenti eventi catastrofici degli ultimi anni.

 

Blogger: MR
Revisore: FN


 

 

 

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